Harley Davidson 1340 Softail Springer
Incollato con il naso alla vetrina dove erano esposti i giocattoli (per bambini cresciutelli), cromatissimi e luccicanti, guardavo con occhi da innamorato perso l’oggetto, il sogno dei miei vent’anni: “la moto”. Mettendo il nome dell’oggetto fra virgolette, non serve aggiungere altro… Parlo del mito su due ruote, il bicilindrico made in USA.
Tutto iniziò un caldo pomeriggio di giugno. Ero seduto sulla poltrona del barbiere, quando l’urlo proveniente dagli scarichi aperti del mitico bicilindrico fece volgere lo sguardo, mio e del barbiere, in direzione della strada.
E la vidi! Era lei, l’amante dalle lunghe forcelle, agognata preda, fiore mai colto della mia giovinezza.
Erano trascorsi più di venticinque anni da quando tradii la mia passione, passando dalle due ruote dei motorini truccati di quand’ero ragazzino alle più comode e sicure quattro ruote.
Ma quella visione riaccese un amore mai spento… Dovevo assolutamente possedere l’oggetto che, al tempo, non potevo permettermi di acquistare.
Cercai su riviste specializzate l’indirizzo del concessionario ufficiale e, assieme a mia moglie, mi recai in via Nicolini a Milano. E lì, con il cuore in tumulto m’incollai alle vetrine della “Numero uno”, concessionario ufficiale per l’Italia del mitico brand.
Belle, bellissime e luccicanti. Sembravano dirmi: «Prendimi». Ma come si fa a scegliere fra una ventina di bellezze che, ammiccando, mostravano le loro grazie: le ruote a raggi, i colori pastello stile anni cinquanta, le lunghe forcelle, gli alti manubri e il magico, cromatissimo bicilindrico, incastonato come un gioiello dentro la culla del telaio.
Dopo una lunga riflessione, e uno scambio di pareri con mia moglie, la scelta cadde sul modello dotato della famosa forcella dal disegno retrò - la Springer - completamente cromata, dai biscottini alle molle esterne raggruppate attorno al minuscolo fanale. Il serbatoio e i parafanghi, invece, erano bicolore: rosso con filetto in oro che lo staccava dal nero.
Entrammo dal concessionario, ma quando fu il momento di firmare il contratto, mi mostrai titubante: venticinque milioni di lire, nel millenovecento-novantaquattro, per una moto, seppur mitica, mi sembravano un’esagerazione. Aveva un bel dire il concessionario che la moto era comunque un assegno circolare, che quando avrei voluto disfarmene non avrei perso nemmeno una di quelle svalutate lirette che al momento avrei dovuto sganciargli.
E poi c’era un altro problema che mi angustiava: a quarantatré anni suonati da un pezzo, inforcando per la prima volta una moto di grossa cilindrata dal peso di tre quintali e mezzo, sarei stato in grado di portarla?
Ci pensò mia moglie a tagliar corto. Sorridendo estrasse dalla borsa il blocchetto degli assegni intonso, era passata a ritirarlo in banca quella stessa mattina, e me lo porse, esclamando: «Toh! Mettici la firma!»
Sorrise soddisfatto il concessionario, guardò l’assegno e mi chiese se desiderassi aprire gli scarichi dell’amata.
Ma che domanda sciocca, pensai. Avrei voluto rispondergli: «E’ più di un’ora che odo l’urlo delle moto dei suoi affezionati clienti uscire dall’officina facendo tremare, oltre alla scrivania, i vetri dei palazzi della via; ma lo sa lei, che se non avessi ascoltato quel sensuale suono uscire dagli scarichi, ovviamente aperti, qualche giorno fa fuori dalla bottega del barbiere, mica sarei qui oggi a rimpinguare il suo conto corrente, dissanguando il mio!» Ma non lo dissi. Limitandomi a sorridere, annuii.
Uscimmo dal concessionario. Io stringevo nella mano ancora tremante il contratto d’acquisto, facemmo pochi passi ed entrammo nel negozio d’abbigliamento per motociclisti della concessionaria.
Già, perché mica puoi montare in groppa al mitico cavallo d’acciaio in giacca e cravatta. Ci vuole l’abbigliamento adatto alla bisogna se non vuoi che si imbizzarrisca e ti disarcioni, o in subordine far sganasciare dalle risate i motociclisti che, incrociandoti, ti saluteranno mandandoti a quel paese.
Visti i prezzi non proprio popolari, ci limitammo al minimo indispensabile: casco e giubbotto di pelle per me e mia moglie (la taglia di mia moglie ben si adattava a quella di mia figlia, così, visto che in moto non si poteva andare in tre, giubbotto e casco se li sarebbero scambiati), poi guanti e stivali con il mitico marchio ben impresso nello spesso cuoio per il novello, anche se stagionato, biker.
Fremendo come un bimbo nella notte di Santa Lucia, attesi l’arrivo del giorno fatidico per andare a ritirare la moto.
Il meccanico mi fece salire sul sellino posteriore e, mentre giravamo attorno all’isolato, mi mostrava i comandi.
Poi venne il momento mio. Confessai al meccanico, che nel frattempo l’aveva appoggiata alla stampella laterale, il timore di non riuscire a raddrizzare quel bestione di ferro e cromo.
Lui sorrise e mi rassicurò dicendo che una volta messa in verticale si sarebbe sorretta da sola.
Titubando scavallai con una gamba la bassa e larga sella, mi accomodai, strinsi le manopole e, forzando sulla gamba sinistra, la raddrizzai… stupefatto constatai che, quasi, si reggeva da sola!
Tirai un lungo respiro, poi schiacciai il “bottone” e l’urlo del bicilindrico da milletrecentoquaranta centimetri cubici penetrò nello stomaco. Il motore bicilindrico, fissato rigidamente al telaio, irradiava le vibrazioni divine a tutta la struttura e, attraverso le braccia e gli altri punti d’appoggio, si trasmisero a tutto il corpo.
Un altro lungo respiro, una pressione del piede, un colpo secco: era il segnale che la prima marcia era entrata. Toccai appena l’acceleratore e la moto iniziò a muoversi. Percorsi alcuni metri con le gambe divaricate e i piedi che sfioravano l’asfalto; piacevolmente sorpreso dall’agilità della moto presi coraggio: avvicinai le gambe, le tirai su, appoggiai i piedi sulle pedane e innestai la marcia superiore… e da lì in avanti fu un crescendo di vibrazioni, urla del motore e voglia di volare.
Mi muovevo con circospezione in mezzo al traffico cittadino, compiaciuto nell’attirare gli sguardi incuriositi e meravigliati dei passanti, acceleravo a fondo a ogni semaforo.
La voglia di guidare era quella di un tempo, il resto, era tutto da scoprire.
Dopo tre giorni passati a scorrazzare su e giù per le colline, il fisico mi presentò il conto, nella forma e sostanza di una forte colica renale: le vibrazioni e la rigidità del telaio Softail, che di soffice non aveva nulla, nemmeno la coda, avevano fatto sì che un piccolo calcolo precipitasse dal rene sinistro sin dentro l’uretere e, una volta giunto lì, si bloccasse, procurandomi spasmi dolorosissimi. Impiegai quattro giorni per espellerlo, quattro giorni trascorsi a letto, imbronciato per non poter cavalcare l’amata.
Ci misi una settimana per riprendermi completamente. Finalmente potevo far uscire la belva dal garage.
Attendevo in mezzo al cortile, gambe divaricate e piedi morbidamente appoggiati a terra per mantenere in equilibrio la moto, che mia moglie uscisse di casa. E lei, che ti fa? Invece di scavallare con la gamba per sedersi sul sellino posteriore, appoggia un piede sulla pedana a mo’ di staffa e, caricando tutto il peso da quel lato, come si fa salendo a cavallo, si accomoda, rovinando l’equilibrio precario.
Nonostante i miei sforzi sovrumani, la moto piegò a sinistra e si adagiò sul ghiaietto del cortile con noi a cavalcioni.
Togliersi da quella scomoda posizione non fu per niente semplice. Per fortuna mia cognata, che aveva assistito all’intera scena dalla finestra, chiamò mio cognato e con il loro aiuto riuscimmo a raddrizzare la situazione.
Appurato che non c’erano danni fisici, controllammo la moto: nemmeno un graffio. Allora, una risata liberatoria cancellò l’attimo di terrore; poi risalimmo in moto e uscimmo in gran spolvero dal cortile.
Un altro problema, per me grosso, s’interpose fra me e il mio nuovo amore: il vecchio e mai dismesso amore per la bicicletta reclamava il suo spazio.
Così fui costretto a dividere il mio tempo libero fra due amanti. Naturalmente la bicicletta abbisognava di maggiori attenzioni: senza un allenamento, quasi quotidiano, non vai da nessuna parte: se per parte non s’intende la pedalata in centro.
La moto, viceversa, non abbisognava di allenamenti particolari: mica ero io a spingerla, era lei a portare a spasso me.
Fu così che per non scontentare nessuna delle due decisi, quasi salomonicamente, di dedicare quattro giorni alla bici e tre alla moto. Lasciando a lei la domenica, dandole valore doppio per far tornare i conti.
Dopo il primo anno la passione per la nuova e giovane amante si affievolì. La vecchia amante era ancora in grado di darmi enormi soddisfazioni, così le giornate a lei dedicate diventarono dapprima cinque, poi addirittura sei.
La giovane, bella e cromata amante, era stata oramai relegata in un cantuccio del mio cuore. Per non farla sentire sola, visto che negli ultimi anni oramai non la usavo più, la collocai in bella mostra nel centro del salone; così che lei, vedendomi seduto sul divano, non s’intristisse.
E poi, per dirla tutta, quella scultura meccanica in mezzo al salone faceva davvero la sua porca figura, lasciando a bocca aperta gli sbalorditi ospiti che ci venivano a trovare.
In tredici anni la cavalcai per poco più di tredicimila chilometri: tanti quanti ne facevo normalmente in un solo anno con la bicicletta.
Seppur accudita, spolverata e sempre amata, soffriva lei, regina della strada, chiusa nel calduccio di una casa, senza poter far vibrare il suo cuore bicilindrico e urlare attraverso gli scarichi aperti la sua voglia di mordere l’asfalto.
A malincuore decisi, per il suo bene… e del mio portafoglio, dopo tredici anni d’amore, a volte impetuoso, molto spesso sommesso, di lasciarla libera di sognare. Così la cedetti a un giovane e prestante amante, che l’avrebbe fatta scorrazzare per le strade e portata con orgoglio ad esser ammirata nei raduni dei biker.
Concludo il racconto di un amore maturato a tempo scaduto, con una riflessione su ciò che mi disse il concessionario al momento dell’acquisto.
Fu buon profeta. “La moto”, era davvero un assegno circolare: dopo tredici anni la rivendetti recuperando tutto il denaro speso tempo addietro per farla mia.
FINE
- Harley Davidson 1340 Softail Springer - testo di vecchioautore